L’eleganza è un concetto in continuo movimento: quello che in un’epoca veniva definito “raffinato” o “sofisticato”, in un’altra può apparire superato, rigido o persino fuori luogo.
Per secoli è stata considerata un privilegio delle classi più alte, legata all’apparenza e al rispetto di regole precise, spesso più sociali che estetiche. Essere eleganti significava aderire a uno standard, riconoscibile e poco negoziabile.
Oggi, nel XXI secolo, l’eleganza ha perso i suoi confini più rigidi. Non è più solo una questione di abiti o di codici da rispettare, ma di atteggiamento, autenticità e consapevolezza.
È diventata qualcosa di profondamente personale, capace di adattarsi alle persone, al tempo e al contesto.
Il concetto di eleganza nel Novecento
Il Novecento è stato il secolo della moda per antonomasia: grandi cambiamenti in campo tecnologico, due Guerre Mondiali, rivoluzioni sociali,… sono i presupposti che hanno portato l’abbigliamento ad avere un ruolo centrale nell’espressione di sé e dei propri ideali.
In un secolo hanno convissuto le flapper e i punk, la femme fatale e la career woman: la moda riflette i cambiamenti sociali e valoriali della società. A volte sembre persino anticiparli.

La Rivoluzione Industriale, poi, ha reso l’eleganza più accessibile grazie alla produzione in serie e al pret-à-porter: vestirsi bene non era più considerato possibile solo per chi poteva permettersi abiti su misura, ma alla portata di tutti.

1900: LA GILDED AGE
Il Novecento fa il suo ingresso ancora ingabbiato in corsetti e crinoline, trasformando l’eleganza in qualcosa di soffocante e costringente, che scolpiva le donne in una innaturale forma a S. Collari alti e strettissimi, vite così strette da poter essere circondate da una mano maschile e gonne pesanti erano l’uniforma femminile che trasformavano le donne in oggetti da mostrare.
Il trascinarsi di una società che stava sparendo, ma che faticava a lasciar andare i fasti dell’Ottocento.

1910: IL PRIMO GRANDE SHOCK
Paul Poiret, il primo modernista della moda, ha liberato le donne dai coretti, rompendo completamente con la silouhette tipica dell’Epoca Vittoriana. Influenzato dagli esotici balletti russi, crea per le sue contemporanee vestiti fluidi, stretti sotto il seno ma che poi proseguono morbidi senza costringere e senza appesantire.
È in questo momento che alle donne è permesso muoversi in libertà, avere una postura naturale e respirare (forse per la prima volta da secoli).

Lo scoppio della prima Guerra Mondiale cambia le carte in tavola con una velocità incredibile: le donne necessitano di una praticità diversa per poter riempire i ruoli degli uomini impegnati al fronte. Le gonne si accorciano per permettere movimenti più liberi, ai tessuti è richiesta maggiore robustezza e durabilità, i colori si fanno più sobri.

1920: UNA NUOVA DONNA
la fine della Guerra e l’ottimismo che ne è conseguito non ha creato semplicemente un uovo stile, ma a cambiato proprio la fisionomia dei corpi, portando così alla nascita delle Flapper (chiamate garçonnein Francia), in contrasto netto con lo stereotipo in vigore fino a poco prima.
L’ideale di bellezza degli anni Venti vedeva la donna giovane, magra e con una silhouette maschile che portava a nascondere seno e fianchi, lanciando un chiaro rifiuto della maternità e del classico ruolo associato alle donne.

1930: IL RITORNO ALLE FORME
Il glamour e lo scintillio degli anni Venti vengono spazzati via dal crash di Wall Street nel 1929 e la moda deve diventare più sobria, così come la società.
Designer come Madelein Vionnet hanno contribuito a creare vestiti che seguivano le forme naturali del corpo esaltandole, senza forzarle in posizioni innaturali: è il momento di una femminilità più adulta e sofisticata, un momento di grazia e tranquillità che si pone tra il fashion dell’epoca del Jazz e l’arrivo della Seconda Guerra Mondiale.

1940: L’AUSTERITÀ NECESSARIA
Con razionamento dei tessuti e l’austerità richiesta alla moda, lo stile diventa una questione di pattriottismo e coesione sociale. La silhouette dei capi femminili viene definita da spalle affilate in stile militare, una vita stretta e una gonne corte e dritte; tessuti come la viscosa e il raso vengono utilizzate per le uniformi e l’attrezzatura bellica, quindi sostituite dalle fibre naturali per la creazione degli abiti.
Gli accessori e le decorazioni tipiche dei decenni precedenti vengono rimosse per promuovere sobrietà e, ma compensate da acconciature elaborate: la dimostrazione che anche in un periodo complicato e di ristrettezze, l’espressione personale può sempre trovare un modo di emergere.

1950: LA STRAVAGANZA COME RISPOSTA
Nel campo della moda si dice che fu proprio Christian Dior ha determinare la fine della guerra: il suo “New Look”, composto da abiti con vita stretta e gonna a corolla, ha contribuito a infondere nelle persone speranza e spensieratezza, ma anche il desiderio di tornare a una dimensione più domestica e famigliare.
Il successo fu immediato, ma non mancarono le critiche perché si tornava a vestire le donne con abiti scomodi e che limitavano i loro movimenti. La sua più agguerrita oppositrice? Coco Chanel!

1960: LA SCOSSA GIOVANILE
Gli anni Sessanta sono stati IL vero momento di rottura con il passato, grazie ai giovani che hanno portato avanti idee ed energie tali da rivoluzionare la società e l’intero sistema.
Il primo passaggio importante è di tipo geografico: la città fulcro dei movimenti e delle novità, anche in campo moda, non è più Parigi, ma Londra. Proprio qui Mary Quant, dalla vetrina della sua piccola boutique a King’s Road, lancia la minigonna, uno dei capi più divisivi e rivoluzionari dell’intera storia umana.
L’estetica femminile cambia ancora e torna su silhouette più androgine e infantili, con modelle come Twiggy come icone mondiali. È stato il decennio delle stampe geometriche, dei Mod, delPVC e della plastica, ma soprattutto dell’incredibile ottimismo dilagante che credeva che tutto fosse possibile.

Per la prima volta si assiste a una moda che non viene imposta dall’alto, che non parte dalle classi più agiate e nelle boutique più rinomate, ma si nasce nelle sale da ballo e dai college d’arte, entrambi luoghi pieni di giovani. Era una dichiarazione di indipendenza da una tradizione che cominciava a stare stretta.
1970: LA GRANDE FRAMMENTAZIONE
Se gli anni Sessanta sono stati promotori di un’idea comune di rivoluzione, gli anni Settanta sono stati caratterizzati da centinaia di movimenti rivoluzionari, dalla liberazione stilistica per tutti al risveglio dai sogni dei decenni precedenti.
Per la prima volta non c’era una silhouette e una corrente dominante, ma si è assistito alla nascita di decine di sottoculture, ognuna con la propria “uniforma” e il proprio sistema valoriale: i jeans a zampa coesistevano con le tutine glitterate e le magliette strappate. Nasce l’idea di un armadio “basico” ma che rispecchi la personalità dell’individuo e gli permetta di mixare gli elementi, così da crearsi un suo stile personale.

È stato un decennio di frammentazione stilistica che ha riflesso la grade pluralità della società stessa.
1980: L’AMBIZIONE COME ARMATURA
Gli Ottanta sono stati guidati da una forte ambizione, dalla ricerca di successo e affermazione professionale; anche in questo caso la moda è stata celere a creare l’uniforme perfetta: il Power dress.
Le spalline XXL, su blazer e giacche, diventano l’armatura di una nuova generazione di donne che cerca di farsi spazio, anche fisicamente, in un mondo dominato prevalentemente da uomini. I colori, poi, si accendono come mai prima d’ora, i loghi diventano protagonisti, la lycra spadroneggia e c’è una ricerca spasmodica alla creazione di look che enfatizzino la sensualità.

1990: DESCOSTUIRE PER RIAFFERMARE
La ricerca spasmodica di un’estetica di successo ha portato, nel decennio successivo, al rifiuto totale di tutto ciò che era costruito e artificioso: gli anni Novanta e il grunge hanno contribuito alla ricerca di un’estetica senza sfarzi e senza sforzi, guidata da una ricerca al minimalismo come risposta all’opulenza degli anni Ottanta.
Jeans strappati, camicie di flanella, combat boot, T-Shirt (sia bianche che con stampe delle band), slip dress…è stato un decennio di decostruzione, un taglio netto con il passato, per aspirare non a sembrare ricchi, ma a mostrarsi per quello che si è.

In un mondo sempre più globalizzato e collegato, non solo geograficamente ma anche digitalmente, le influenze culturali dalle diverse parti del mondo si fanno sempre più visive e vengono celebrate come mai prima: l’eleganza non é più legata a una singola estetica, ma assume forme, colori ed espressioni variegate, come variegata è l’umanità.
L’INCLUSIONE COME VALVOLA DI ROTTURA
La spinta all’inclusione ha oggi subito una battuta d’arresto, soprattutto se ci riferiamo alla body positive, ha però segnato un primo step nello sdoganare il concetto di eleganza come un concetto unico e universale.
La bellezza, inoltre, non è più legata a un singolo stereotipo, di solito Europocentrico, ma accoglie una varietà di differenze e peculiarità, dai diversi colori di pelle a corpi non ritenuti conformi, per taglia e capacità. L’eleganza e la bellezza non sono più un’etichetta di acquistabile o uno status che ci viene assegnato nel momento in cui indossiamo un capo, ma sono un insieme di azioni, comportamenti e virtù.

LA DEMOCRATIZZAZIONE DELLA MODA
Per molto tempo, moda ed eleganza sono state un privilegio riservato alle classi più ricche: nobili e aristocratici avevano accesso a guardaroba ampi e a capi realizzati su misura, mentre per la maggior parte delle persone vestirsi significava adattarsi a ciò che era disponibile, più che scegliere davvero.
Il Novecento segna un punto di svolta. Con la nascita del prêt-à-porter e la diffusione dei grandi magazzini e dei centri commerciali, la moda diventa progressivamente più accessibile. I vestiti iniziano a essere prodotti in serie e raggiungono un pubblico sempre più ampio, permettendo a molte persone di costruire il proprio stile.
Questa democratizzazione cambia anche il significato dell’eleganza: non è più legata solo al lusso o alla sartoria, ma entra nella vita quotidiana. L’eleganza inizia a dialogare con il lavoro, il tempo libero e le esigenze reali delle persone, trasformandosi da simbolo di status a strumento di espressione personale.

Oggi il concetto di eleganza va ben oltre la semplice estetica: parla di libertà di espressione, di scelte consapevoli e di identità, influenzando non solo lo stile personale ma anche le proposte che troviamo nei negozi, online e fisici.
I vestiti non sono più solo tessuti che ci proteggono dal freddo, ma sono un linguaggio, un mezzo potente per raccontare chi siamo e come ci muoviamo nel mondo.
L’evoluzione dell’eleganza ci insegna proprio questo: non è mai stata una questione di cosa si indossa, ma del percorso che porta a quella scelta e di come una persona si sente, e si riconosce, mentre la indossa.
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