Tra le aule di tribunale e le pagine di una trilogia di successo, Federica Caladea si muove con la stessa cifra stilistica: rigore, misura, autenticità.
Avvocata civilista da quasi vent’anni e scrittrice per vocazione, ha costruito due identità parallele senza mai confonderle, scegliendo consapevolmente cosa mostrare e cosa proteggere.
In questa intervista ci racconta cosa significa esercitare una professione di responsabilità, dare voce alle storie, in aula e nei romanzi, e abitare uno stile che non urla, ma parla con precisione.
Comincerei l’intervista parlando di te: ti va di presentarti brevemente e di parlarci del tuo percorso professionale?

Essere avvocata: per te è prima di tutto un mestiere, una responsabilità o una presa di posizione?

Qual è lo stereotipo sull’avvocatura che senti più lontano da te?
L’avvocato che alimenta i conflitti per far durare le cause e guadagnare di più. È una visione che non mi appartiene per nulla. Per me il contenzioso giudiziale è sempre l’extrema ratio, l’unica via percorribile quando non esistono alternative praticabili. Il mio obiettivo principale è quello di ottenere per il cliente la migliore soluzione possibile, nel modo più efficace e meno distruttivo, sia in termini economici che personali.
È stato difficile, all’inizio, farti prendere sul serio in quanto donna?
Non posso dire che sia stato difficile, perché lavorando in autonomia e rapportandomi direttamente con i clienti, ho potuto dimostrare sul campo, sin da subito, competenza e affidabilità. Quello che ho notato, soprattutto all’inizio, quando ero più giovane, è stato piuttosto un certo atteggiamento diffuso nei contesti più istituzionali. Ad esempio, nelle cancellerie capitava spesso che un neo laureato, uomo, venisse chiamato automaticamente “avvocato” mentre io, pur avendo già il titolo, fossi ancora “la dottoressa” o “la signorina”. Piccoli segnali, apparentemente innocui, che però raccontano molto.
Ad oggi, oltre a essere avvocata, sei anche scrittrice. Quando è entrata la scrittura nella tua vita: come esigenza, come sogno o come spazio mentale tutto tuo?

Scrivendo, ho capito che per me la scrittura non è tanto un esercizio intimistico o autoreferenziale, quanto un modo per raccontare storie e coinvolgere il lettore, divertirlo, emozionarlo, farlo entrare in un mondo nuovo. È sempre stato, prima di tutto, un atto di condivisione.
Qual è il momento della giornata in cui scrivi meglio? Sei disciplinata o “quando arriva”?
Distinguerei due momenti diversi della scrittura. C’è una fase più libera, in cui la storia prende forma, e lì scrivo davvero “quando arriva”. I momenti in cui mi riesce meglio sono l’alba e la notte, soprattutto d’estate, quando dormo meno. Il silenzio e l’isolamento aiutano la concentrazione. Poi c’è la fase della revisione e della correzione che, invece, richiede disciplina. Lì non si aspetta l’ispirazione, si lavora, spesso anche seguendo delle scadenze. Naturalmente tutto questo deve convivere con il mio lavoro principale, quindi la scrittura si adatta ai tempi della vita quotidiana e professionale.
Diletta, la protagonista della tua trilogia, è un’avvocata come te. Quanto c’è di te in lei? Quanto, invece, è completamente distante dalla Federica persona e dalla Federica professionista?
Diletta mi somiglia in moltissime cose, soprattutto nel primo romanzo, che è anche quello in cui mi riconosco di più.

Cammino sotto i portici di Bologna e mi sembra di vedere la sua ombra accanto alla mia, come se le sue storie continuassero a riecheggiare tra le strade della città.
Il fatto di essere presente sui social fin dai tempi di Twitter e ora di essere una scrittrice pubblicata ha influenzato il tuo lavoro e il percepito di te come professionista?
Ho sempre tenuto molto separate le due dimensioni.

E questa distinzione, nel tempo, è stata percepita e rispettata anche dal pubblico.
La mia rubrica si chiama “Imprenditrici con Stile”, perché vorrei che si scardinasse l’idea che la Donna Imprenditrice debba essere solo quella in tailleur scuro, tacchi alti e valigetta. Io sono, però, convinta che la professionalità vada oltre a quello che decidiamo di indossare al mattino e che i nostri outfit siano un ottimo veicolo comunicativo della nostra personalità. Per questo, vorrei parlare anche del vostro stile personale e del vostro rapporto con la moda.
Come descriveresti il tuo stile in 3 parole?
In tre parole: essenziale, comodo, autentico.
Come è cambiato e si è evoluto il tuo rapporto con l’abbigliamento negli anni?

C’è un capo che ti rappresenta particolarmente? Il primo a cui pensi quando non sai cosa mettere.

E cosa invece non ti rappresenta per niente?
Non mi rappresenta per niente un abbigliamento troppo estroso o esagerato, che cerca di attirare l’attenzione a tutti i costi. In generale non sono una persona che ama sentirsi al centro degli sguardi. Anzi, forse proprio perché fisicamente mi è difficile passare davvero inosservata, ho sempre sentito il bisogno di non enfatizzare ulteriormente questo aspetto attraverso l’abbigliamento. Preferisco uno stile discreto, che non “urli” e che mi faccia sentire a mio agio.
Il tuo modo di vestire cambia quando passi dal lavoro di avvocata a quello di scrittrice? In che modo?
No, in realtà non cambia molto. Il mio modo di vestire riflette la mia personalità, e quella resta la stessa, indipendentemente dal ruolo. Anche come scrittrice, ovviamente, mi adatto alle occasioni e posso passare dalla comodità a un look più elegante, ma cerco sempre di rimanere fedele a me stessa e al mio stile.
Quando ti vesti per una giornata importante (udienza, incontro, evento), che messaggio vuoi mandare senza dire una parola?
Punto su un’eleganza discreta. Il messaggio che vorrei mandare è: non fermarti a guardare me, ascolta quello che ho da dire.
Hai mai usato l’abbigliamento come “armatura” per affrontare un periodo difficile?
È quasi sempre così. Il mio abbigliamento riflette il mio stato d’animo. Anche quando penso di aver già deciso cosa indossare per un evento o una giornata particolare, se poi quel capo, quel giorno, non mi fa sentire veramente a mio agio, lo cambio.

C’è qualcosa che non indosseresti mai in aula, anche se ti rappresenta molto?
Avendo già di base uno stile improntato a un’eleganza sobria, non ci sono capi che mi rappresentino davvero ma che non potrei mai indossare in udienza. Ci sono però alcune cose che evito. Ad esempio non indosserei mai le sneakers o i jeans blu chiaro. Anche se esistono udienze “meno formali”, in cui, se voglio restare comoda, posso indossare un jeans, magari blu scuro o nero, a cui abbino a un blazer e una scarpa col tacco.
Quanto spazio lasci alla tua personalità nel modo in cui ti vesti per lavorare?

C’è un colore che senti particolarmente tuo in ambito professionale?
Indosso diversi colori, soprattutto il bianco, il beige e il blu ma se devo scegliere il colore che sento davvero più mio in ambito professionale, direi senza alcun dubbio il nero. Perché è elegante, sobrio, non è appariscente e permette a chi ti ascolta di concentrarsi su quello che stai dicendo. In fondo è il colore più coerente con tutto quello che ho raccontato finora.
E infine: se dovessi lasciare un messaggio a una giovane donna che sogna di diventare imprenditrice, quale sarebbe?

Federica Caladea dimostra che lo stile non è mai travestimento, ma coerenza. Che si tratti di un blazer con jeans, di un’aula di tribunale o di un personaggio che prende vita sulla pagina, il filo rosso resta lo stesso: autenticità, rispetto, consapevolezza del proprio ruolo.
E forse è proprio questa la forma più potente di eleganza professionale: non cercare di occupare la scena, ma farsi ascoltare quando si parla.
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