Ho visto Il Diavolo Veste Prada 2 e devo parlarne con qualcuno.
Premessa: non parlerò direttamente della trama. Questi sono ragionamenti a caldo sulla pellicola.
Sono andata al cinema il primissimo giorno, perché non volevo aspettare. E queste sono le parole di una persona che è cresciuta con il primo film, che sognava (e in realtà sogna ancora) di lavorare come giornalista di moda e che lo riguarda almeno una volta al mese.
È un bel film? Sì.
È ai livelli del primo? No. Ma secondo me non hanno nemmeno voluto provarci. E, sinceramente, meglio così.
Il Diavolo Veste Prada 2: Hathaway, Blunt, Tucci e Streep tornano a vestire i panni di personaggi iconici, ma non tutto è rimasto com’era.

Miranda è sempre alla sua scrivania, ma subisce i cambiamenti del settore e del mondo del lavoro.
L’iconico lancio dei cappotti? Ora non si può più fare: è intervenuto l’HR.
La sua prima assistente è diventata anche una figura incaricata di limitare le sue uscite “problematiche”, in nome del politically correct e di un ambiente di lavoro meno tossico.
Nigel è ancora lì, stoicamente un passo dietro Miranda: braccio destro e amico fidato, che non è mai riuscito davvero a spiccare il volo.
Anche lui risente dei cambiamenti del settore, ma dimostra di averci visto lungo già nel 2006, quando ha portato la ragazza “sveglia e grassa” nell’archivio di Runway per costruirle un nuovo guardaroba.

Andy è finalmente diventata la giornalista che sognava di essere dopo l’università.
Un cambio improvviso di piani, però, la riporta dentro quell’ufficio. E sembra che la sua sicurezza possa di nuovo vacillare: Miranda continua a incutere quel timore reverenziale che la porta a mettere in dubbio le proprie capacità.
Emily, invece, ha lasciato la rivista che venerava e ha fatto carriera nelle case di moda, arrivando fino ai vertici di Dior.
Ci troviamo davanti a una donna di potere che sembra aver lasciato alle spalle le insicurezze di vent’anni fa, in favore di una presenza più diretta e centrata.
La cosa fondamentale da sapere è che Il Diavolo Veste Prada non è un film sulla moda.
Ma, dopotutto, non lo era nemmeno il primo.

In questa seconda pellicola la critica alla società capitalista è ancora più esplicita: si parla di come il sistema attuale stia progressivamente svuotando tutto ciò che ha storia e identità, per renderlo più veloce e facilmente consumabile.
Il tema centrale è la crisi dell’editoria: nessuno compra più riviste e anche i buoni articoli vengono ormai valutati in base all’engagement che generano.

È un film che mette al centro, ancora una volta, l’empowerment femminile e il desiderio di costruire una carriera indipendente.
Delle tre protagoniste non ci interessa davvero la vita sentimentale: potrebbe essere rimossa quasi del tutto senza alterare la narrazione.
La loro vera relazione è con il lavoro.
Se nel primo film questo rapporto aveva i tratti di una relazione tossica, qui diventa più consapevole. Non sempre appagante, ma sicuramente più lucido. E, soprattutto, qualcosa su cui si può lavorare.

Parliamo dell’argomento più delicato: la moda.
Nel primo film aveva un ruolo apparentemente centrale, che ha contribuito a renderlo un cult dei primi anni 2000. In realtà, era soprattutto un espediente narrativo per raccontare ciò che accade dietro le quinte, oltre passerelle e copertine patinate.
In questo sequel la moda c’è, ma ha una funzione diversa: rendere il film esteticamente appagante.
Le scene legate agli outfit e agli editoriali sono meno presenti e diventano quasi intermezzi visivi. Servono ad accompagnare lo spettatore nella comprensione delle dinamiche tra i personaggi e, soprattutto, a tradurre in immagini rapporti di potere che, raccontati solo a parole, perderebbero efficacia.

In conclusione.
Da persona che sogna quel mondo da quando ha sei anni, e che continua a riguardare il primo film almeno una volta al mese (ok, a volte anche di più), posso dire che è un buon sequel.
I riferimenti al primo ci sono, ma sono ben dosati: fanno sorridere, creano un senso di déjà-vu, senza diventare il fulcro della narrazione (come accade, invece, in altri sequel recenti).
Diventerà un cult come il primo? Probabilmente no.
Ha rovinato quell’immaginario che amiamo da vent’anni? Nemmeno.
Gli ha semplicemente dato nuove sfumature, più contemporanee.


