Dai roghi alla witch aesthetic: perché la strega continua a rappresentare tutto ciò che una donna “non dovrebbe” essere.

Ogni autunno ricompaiono nei feed, nelle vetrine e sulle passerelle: nero, velluto, pizzo, stivali, gioielli importanti, cappelli, trasparenze, corsetti,… la chiamano witch aesthetic e puntualmente ricominciamo a parlare di streghe come se fossero una novità.
Ma forse la cosa più interessante non è che la strega sia tornata di moda, ma che non se sia mai andata via veramente, perché, prima di diventare un’estetica, “essere una strega” è stata un’accusa.
E prima ancora di diventare un personaggio affascinante di serie TV e film, è stata una figura attraverso cui società, istituzioni e comunità hanno raccontato le proprie paure nei confronti di donne che non riuscivano a controllare
Prima del cappello a punta c’era una donna
Per decenni, e forse ancora oggi, quando pensavamo a una strega, probabilmente visualizzavamo una donna anziana, vestita di nero, con un cappello a punta e magari un gatto sulla spalla: è un’immagine talmente codificata da essere diventata quasi innocua, ma la storia della stregoneria è molto più complessa.
Nell’Europa della prima età moderna, le accuse di stregoneria potevano nascere da sospetti, conflitti e paure all’interno delle comunità. Le donne rappresentavano la maggioranza dei soggetti perseguiti (le stime degli storici per l’Europa e le isole britanniche si collocano generalmente intorno al 70-80%), perché?
Non esiste una risposta unica.
Gli storici hanno studiato il ruolo del genere, dell’età, dello status economico, del lavoro e delle dinamiche comunitarie. In alcuni contesti, per esempio, le attività lavorative svolte prevalentemente dalle donne potevano aumentare l’esposizione a conflitti, sospetti e accuse. Quello che possiamo dire è che la figura della strega venne progressivamente associata a un’immagine fortemente femminile… e non a una femminilità particolarmente rassicurante.

La storiografia ha studiato a lungo il legame tra stregoneria e genere, cercando di capire perché la figura della strega fosse così spesso associata alle donne e quali dinamiche sociali e culturali le rendessero più vulnerabili alle accuse.
Abbiamo smesso di chiamarle streghe
Oggi nessuno viene messa al rogo perché lavora, vive da sola ed è indipendente… almeno, non letteralmente.
Nonostante il progresso sociale e culturale, ci sono comunque giudizi (e pregiudizi) che calano impietosi sulle donne.

Ma la domanda delle domande, però, rimane: “Ma perché si veste così?” che sembra una domanda apparentemente innocua, ma in realtà dice moltissimo.
Perché raramente chiediamo la stessa cosa con la stessa insistenza quando un uomo sceglie di vestirsi in maniera eccentrica, provocatoria o semplicemente diversa dalle aspettative.
Per le donne, invece, l’abbigliamento continua a essere spesso interpretato come una dichiarazione sulla loro personalità, sulla loro moralità, sulla loro età, sulla loro disponibilità, sulla loro professionalità,… e così lo stile smette di essere soltanto stile, diventa uno dei tanti luoghi attraverso cui impariamo cosa significa essere una donna “appropriata”.

Poi è arrivata la moda.
La moda ha trasformato la strega in un’estetica
Come spesso accade, ha preso qualcosa di complesso e lo ha trasformato in un immaginario immediatamente riconoscibile trasformando la strega in un’estetica, prendendo qualcosa che culturalmente ci inquietava per renderlo desiderabile, affascinante e sexy.
Ma c’è una piccola contraddizione. Possiamo indossare tutto il pizzo, il velluto e il nero del mondo e continuare comunque a vestirci pensando prima di tutto a quanto saremo accettabili agli occhi degli altri.
Allora forse non basta vestirsi da strega.

Perché la strega contemporanea non assomiglia più necessariamente alla vecchia signora con il cappello a punta: può essere Sally Owens, romantica e bohemienne o la sorella Gillian, più sensuale e dark.
Può essere Sabrina Spellman, preppy, femminile e un po’ ribelle, oppure Willow Rosenberg, apparentemente una ragazza qualunque, ma con un grande potenziale (e non solo magico).
Può essere come Fiona Goode, teatrale e seducente, o come la figlia Cordelia, autorevole e sempre impeccabile.

Ed è questo il punto: non esiste un unico modo di essere una strega, così come non esiste un unico modo di essere una donna.
Il problema delle etichette
Minimal, romantica, sexy, boho, dark, femminile… La moda ha bisogno di dare nomi ed etichette, perché permettono di raccontare le tendenze a riconoscere le estetiche, a costruire immaginari.
Ma lo stile personale non è una categoria, è qualcosa di molto più simile a un insieme di principi e, in questo, forse, assomiglia proprio alla strega: non ha bisogno di un’uniforme per essere riconoscibile, non deve vestirsi sempre di nero, indossare il pizzo o portare un cappello a punta.
Quello che la rende una strega non è l’estetica che segue, è proprio il fatto che segue le proprie regole… e forse anche il nostro stile dovrebbe funzionare così.

Puoi amare il pizzo e indossare sneakers, puoi sentirti sexy in una camicia enorme, puoi avere un guardaroba prevalentemente nero e innamorarti improvvisamente di un vestito rosso, puoi vestirti in maniera estremamente femminile un giorno e prendere in prestito dal guardaroba maschile quello dopo… Puoi cambiare, contraddirti, non avere un’estetica precisa ma comunque avere uno stile.
Perché avere uno stile personale non significa trovare l’etichetta giusta, ma capire quali sono i tuoi principi e usarli per costruire un’immagine che ti somigli.

La moda non dovrebbe insegnarci a essere più accettabili
La soluzione sia smettere di seguire le tendenze e nemmeno chiedere alle donne di diventare una specie di ribelle vestita di nero per dimostrare di essere libera: sarebbe soltanto un’altra uniforme e le uniformi, anche quando sono molto belle, restano uniformi.
Che scegliamo di seguire una tendenza o di remarle contro, è fondamentale che la scelta sia libera da imposizioni e pregiudizi: perché non c’è niente di particolarmente liberatorio nel passare da “devo vestirmi così perché è appropriato” a “devo vestirmi così perché questa è l’estetica della donna indipendente”.

Forse le streghe non sono mai scomparse
La strega continua a tornare, nella moda e nei media. perché continua a rappresentare qualcosa che ci affascina: la donna forte e indipendente, quella che conosce qualcosa che gli altri non conoscono, che non si lascia spiegare facilmente, quella che può essere sensuale senza essere disponibile.
Non significa romanticizzare la storia delle persecuzioni per stregoneria, né trasformare ogni donna che non si conforma in un’eroina ribelle. Significa riconoscere che l’immagine della strega ha continuato a evolversi perché continuiamo a confrontarci con la stessa domanda: cosa succede quando una donna non corrisponde esattamente a ciò che ci aspettiamo da lei?

Forse oggi abbiamo semplicemente cambiato il linguaggio.
Quindi sì: le streghe sono tornate
Non perché siano tornati di moda il nero, il pizzo e il velluto. Sono tornate perché oggi più che mai è importante ricordare che donna non ha bisogno di essere facilmente comprensibile.
Che una donna possa essere romantica, sensuale, autorevole, inquietante, ironica, potente, fragile, elegante, disordinata, colorata o completamente vestita di nero.
E soprattutto una donna che può aprire l’armadio senza chiedersi per prima cosa: “Cosa dovrei indossare per essere accettata?”

Forse è questa la vera witch aesthetic. Non il cappello a punta, il vestito nero o il rossetto scuro. La vera witch aesthetic sta nella libertà di non chiedere il permesso. Le streghe sono tornate? Forse… o forse non se ne sono mai andate.
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