Grazia Donatelli è una storica, un’insegnante e una UGC creator. Il suo percorso unisce due mondi apparentemente lontani, la storia e la comunicazione digitale, accomunati però dalla stessa necessità: trovare il modo di raccontare qualcosa e renderlo accessibile.
In questa intervista di Imprenditrici con Stile parliamo della moda come documento storico, di abiti che raccontano cambiamenti sociali e di come, ancora oggi, quello che indossiamo possa comunicare molto più di quanto immaginiamo.
Ciao Grazia, innanzitutto grazie per aver accettato di partecipare al mio progetto. Comincerei l’intervista parlando di te: ti va di presentarti brevemente e di parlarci del tuo percorso professionale?
Ciao Fabiola, grazie a te per questa chiacchierata.
Io mi sento una persona estremamente poliedrica e umanista a 360 gradi. Il mio lavoro si muove su due strade apparentemente diverse ma che in realtà si intrecciano continuamente: da una parte l’insegnamento e la storia, dall’altra la comunicazione digitale.

Su Instagram tengo una specie di diario digitale, tra viaggi, vita lenta, pillole di storia e attualità.
C’è qualcosa che accomuna il tuo modo di insegnare e il tuo modo di comunicare sui social?
Una volta ho letto una frase che diceva più o meno “i veri influencer sono i professori”, e col tempo mi sono resa conto di quanto fosse vera.
Quello che accomuna i due mondi è, prima di tutto, la necessità di catturare l’attenzione.

In fondo insegnare in aula (o in questo caso, a casa) e comunicare online sono due facce della stessa esigenza: rendere interessante ciò che a prima vista potrebbe sembrare distante o difficile.
Ti è mai capitato che il tuo abbigliamento influenzasse la prima impressione che uno studente o un genitore aveva di te?
No, non credo. Anche se non uso un abbigliamento formale, cerco sempre di mantenere uno stile minimal e curato, che in qualche modo comunica ordine e serietà anche senza passare per il tailleur.
Sicuramente il fatto di aver iniziato a insegnare a 25 anni, in un contesto “domestico” più che scolastico, mi ha in parte protetta da certi pregiudizi legati all’età: non dovevo confrontarmi con la formalità di un’aula o di un collegio docenti. Ma questo non significa che sia stato tutto semplice fin da subito: ci sono voluti comunque tempo per non essere più vista solo come “la ragazza delle ripetizioni”. La percezione di autorevolezza, quando insegni privatamente e in giovane età, si costruisce più con la competenza dimostrata nel tempo che con l’immagine del primo incontro.
Da storica, hai mai guardato l’abbigliamento non solo come moda, ma come testimonianza del nostro passato e dell’evoluzione umana?
Sì, assolutamente. In un’ottica di storia sociale, l’abito è pur sempre un documento: racconta il livello di benessere di chi lo indossava, i materiali disponibili in una certa epoca e in un certo territorio, le rotte commerciali che hanno permesso a un tessuto o a un colore di arrivare fin lì, le leggi scritte e non riguardo a chi potesse permettersi cosa. Racconta anche il corpo: come veniva modellato, nascosto, esibito, e quindi il rapporto che una società aveva con la fisicità, soprattutto quella femminile.

Qual è un periodo storico in cui l’abbigliamento racconta particolarmente bene la società del tempo?
Su due piedi ti direi gli anni ’20 del Novecento, perché è il momento esatto in cui il modo di vestire diventa una fotografia della società e rifletteva tutte le speranze e i traumi del primo dopoguerra.

E poi c’era una grande voglia di dimenticare gli orrori della guerra.

Ci sono capi o dettagli che, secondo te, hanno avuto un ruolo nel raccontare un cambiamento sociale prima ancora che questo diventasse evidente?
Mi viene da pensare subito ai pantaloni da donna, nati attraverso la cosiddetta “gonna-pantalone”. Come accennavo prima, tra fine Ottocento e inizio Novecento le donne erano ancora “imprigionate” in corsetti e gonne ingombranti, un limite fisico che in qualche modo rifletteva anche quello sociale.

È come se il 1911 raccontasse due strade verso lo stesso obiettivo percorse con strategie opposte: da una parte l’attivismo politico che sceglieva la rispettabilità per non spaventare l’opinione pubblica, dall’altra la moda che, quasi in sordina, iniziava già a liberare il corpo dal corsetto.
Quanto l’abbigliamento può essere una forma di emancipazione?
La minigonna segna qualche decennio dopo un salto ancora più netto.

Secondo te oggi usiamo i vestiti con la stessa consapevolezza con cui li usavano le generazioni del passato?
Parlerei più che altro di una consapevolezza diversa.

La mia rubrica si chiama “Imprenditrici con Stile”, perché vorrei che si scardinasse l’idea che la Donna Imprenditrice debba essere solo quella in tailleur scuro, tacchi alti e valigetta. Io sono, però, convinta che la professionalità vada oltre a quello che decidiamo di indossare al mattino e che i nostri outfit siano un ottimo veicolo comunicativo della nostra personalità. Per questo, vorrei parlare anche del tuo stile personale e del vostro rapporto con la moda.
Come definiresti il tuo stile personale in tre parole?

Quanto è cambiato il tuo stile personale nel corso degli anni e cosa ha contribuito maggiormente a questo cambiamento?

Il tuo lavoro ti porta a muoverti in contesti molto diversi: quanto il contesto influenza le tue scelte di abbigliamento?
Indubbiamente moltissimo, anche se cerco sempre di rimanere coerente con me stessa. Di mio non tendo affatto a essere vistosa nell’abbigliamento, ma la doppia veste professionale fa la differenza: l’insegnamento richiede un registro sobrio e rassicurante, mentre il lavoro di Content Creator mi porta a muovermi in contesti molto più dinamici e diversi fra loro, dalle registrazioni sul campo direttamente dai clienti agli eventi del settore. In quelle occasioni presto sicuramente più attenzione all’outfit, faccio del mio meglio.
Quanto pensi che sia possibile essere riconoscibili attraverso il proprio stile senza sentirsi costrette a rientrare nell’idea di come dovrebbe vestirsi una “professionista”?
Molto, credo, e per me il punto di partenza è che l’abito che indossi deve assomigliarti.

Per concludere ti chiederei di parlare direttamente alle donne, imprenditrici e non, che desiderano esprimere la propria personalità attraverso lo stile senza compromettere la loro credibilità professionale. Cosa consiglieresti loro?
Il consiglio che sento di dare è: analizzate sempre il contesto, e muovetevi con intelligenza e moderazione.

Alla fine di questa conversazione, una cosa appare particolarmente chiara: non esiste un modo universale di vestirsi per essere credibili.
Esistono contesti, codici, aspettative, ma esiste anche una persona che deve riuscire a riconoscersi dentro ciò che indossa. Non per forza attirare l’attenzione, non necessariamente rompere le regole, e nemmeno trasformarsi in un’uniforme costruita per sembrare più professionali. La riconoscibilità, per lei, nasce dalla coerenza con chi siamo.
Ed è forse questa la parte più interessante del rapporto tra moda e storia: gli abiti cambiano perché cambiamo noi. Cambiano quando cambiano il lavoro, il corpo, i ruoli sociali, gli spazi che occupiamo e il modo in cui vogliamo essere visti.
Ed è questo che rende l’abbigliamento così interessante: non smette mai di raccontare chi siamo.

