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Taryn Di Ventura e la sfida dell’autenticità: essere professionali senza travestirsi

Posted on 30 Giugno 202630 Giugno 2026 by Fabiola

Taryn Di Ventura è formatrice, career coach e fondatrice di @UnLavoroPerMamma, una community dedicata alle donne che desiderano ripensare il proprio percorso professionale dopo la maternità.

In questa intervista per Imprenditrici con Stile ci racconta il passaggio dal mondo corporate all’imprenditoria, il rapporto con l’abbigliamento e perché oggi considera l’autenticità molto più importante dell’aderenza a un modello prestabilito di professionalità.

Comincerei l’intervista parlando di te: ti va di presentarti brevemente e di parlarci del tuo percorso professionale?

Sono Taryn Di Ventura, faccio la formatrice e la career coach.

Ho lavorato per molti anni nel mondo sales e formazione, soprattutto per multinazionali del lusso, ma quando è nata mia figlia ho deciso di mettere insieme le mie competenze professionali e le nuove esigenze personali, iniziando a lavorare come formatrice

… Come dico sempre, sono stata la prima cliente di me stessa.

Se dovessi raccontare il tuo percorso come una linea fatta di svolte più che di passi lineari, quale è stato il momento di rottura che ti ha portata a creare Un Lavoro per Mamma?

La maternità è stata il vero punto di svolta. Fino a quel momento avevo avuto una carriera molto lineare e mi consideravo una dipendente modello, con la nascita di mia figlia e un trasferimento in un’altra regione, mi sono trovata a rivedere completamente le mie priorità e le mie esigenze.

Aprire la Partita IVA è stata una scelta sorprendentemente coraggiosa per una persona come me, che tendeva a cercare stabilità e sicurezza… probabilmente la maternità mi ha dato la spinta per provarci. Inoltre, sapere di poter contare sulla NASpI per due anni mi ha permesso di affrontare il cambiamento con maggiore serenità: mi ero data quel tempo per capire se il progetto avrebbe funzionato.

Per fortuna ha funzionato e oggi posso dire che quella decisione ha cambiato completamente il mio percorso professionale.

Arrivavi da anni nel mondo corporate e del lusso: cosa di quell’esperienza è diventato oggi un asset concreto nella tua attività imprenditoriale?

L’esperienza nel lusso è stata estremamente formativa: ho lavorato in aziende grandi e internazionali che mi hanno permesso di crescere molto, sia professionalmente sia personalmente.

All’inizio ero entusiasta del lavoro e delle opportunità che offriva, ma con il tempo ho sentito un distacco sempre più forte da quel mondo. Non sono mai stata particolarmente appassionata di moda o lusso e, col passare degli anni, ho percepito questi ambienti come sempre più lontani da me.

Non credo, però, che quell’esperienza mi abbia lasciato competenze concretamente applicabili al mio progetto imprenditoriale. Se devo individuare un vero asset, direi il network professionale che ho costruito negli anni e la maggiore consapevolezza delle persone e degli ambienti con cui desidero lavorare. Anche le esperienze meno piacevoli, in questo senso, si sono rivelate formative.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il modello di carriera tradizionale non era più sostenibile per te? Come si è manifestata quella consapevolezza nella vita reale?

Più che una consapevolezza maturata nel tempo, è stata un’intuizione. Quando ho deciso di cambiare strada ero ancora incinta e avevo già capito che il lavoro che svolgevo fino a quel momento sarebbe stato difficile da conciliare con la vita che mi aspettava.

Lavoravo moltissimo, viaggiavo spesso ed ero spesso fuori casa, mi sembrava incompatibile con la maternità che stavo per vivere.

In realtà la vita da dipendente non mi era mai pesata particolarmente, anzi, mi dava sicurezza e stabilità. Probabilmente, senza la maternità e il trasferimento, non avrei mai fatto un cambiamento così radicale.

Quando hai iniziato questo progetto, qual è stata la difficoltà più sottovalutata nel costruire qualcosa di così verticale sulle mamme e sul tema lavoro?

Nel tempo il tuo lavoro è diventato sempre più operativo e strutturato: come hai trovato il tuo equilibrio tra visione, strategia e gestione quotidiana?

All’inizio ho costruito il progetto intorno alle mie esigenze; successivamente ho iniziato ad ascoltare sempre di più quelle delle clienti, adattando il lavoro ai loro bisogni reali.

Nei primi anni il progetto è cambiato molte volte: servizi, prezzi e offerte si sono evoluti insieme a me e alle persone che seguivo. È stato un continuo processo di osservazione, sperimentazione e aggiustamento.

Oggi sento di aver trovato una struttura che funziona sia per le clienti, che possono scegliere il percorso più adatto alle loro esigenze, sia per me, perché mi permette di lavorare part-time e di gestire il mio tempo in modo coerente con la vita che desidero.

La tua community, le Bertolde, è ormai un elemento identitario del progetto: come è nata questa relazione così forte con le persone che ti seguono e che ti scelgono?

Questa è una cosa che mi viene fatta notare spesso, e sempre in positivo. Sui social sicapita spesso che si crei una certa distanza tra chi crea contenuti e chi li segue, mentre nel mio caso non l’ho mai sentita.

In che modo la community ha cambiato il tuo progetto nel tempo? C’è qualcosa che è nato direttamente dall’ascolto o dalle esigenze delle Bertolde?

Praticamente tutto.

Le mie clienti e le persone che mi seguono hanno influenzato ogni aspetto del progetto, in modo più o meno consapevole, a partire dai contenuti che pubblico fino ai servizi che creo, tutto nasce dall’ascolto delle loro esigenze.

Non ho mai avuto un vero piano editoriale: gli argomenti che affronto derivano spesso dalle domande, dai dubbi e dalle conversazioni che emergono nella community. Osservo ciò che interessa, i problemi che si ripetono e cerco di creare contenuti, servizi e spazi che possano essere realmente utili.

Anche i corsi che ho sviluppato negli anni sono nati da richieste concrete e da bisogni emersi nel confronto quotidiano con la community.

Naturalmente ho una mia visione e una strategia di business, ma entrambe vengono costantemente arricchite da ciò che le persone mi raccontano, chiedono e condividono. In questo senso, il progetto è cresciuto insieme a loro.

La mia rubrica si chiama “Imprenditrici con Stile”, perché vorrei che si scardinasse l’idea che la Donna Imprenditrice debba essere solo quella in tailleur scuro, tacchi alti e valigetta. Io sono, però, convinta che la professionalità vada oltre a quello che decidiamo di indossare al mattino e che i nostri outfit siano un ottimo veicolo comunicativo della nostra personalità. Per questo, vorrei parlare anche del tuo stile personale e del vostro rapporto con la moda.

Come definiresti il tuo stile personale in tre parole?

Minimal, essenziale, nordico

Nel tuo passaggio da corporate a imprenditrice, hai percepito un cambiamento anche nel tuo modo di vestirti o di “occupare spazio” attraverso lo stile?

Sì, moltissimo.

La moda non è mai stata una mia passione e vestirmi è sempre stato più una fatica che un piacere. Non ho mai avuto quel rapporto con lo shopping che vedevo in molte altre donne e, complice anche un rapporto complicato con il mio corpo, spesso vivevo l’abbigliamento come un peso.

Quando lavoravo come dipendente ero inserita in contesti legati alla moda e al lusso, dovevo comunque adeguarmi a determinati codici estetici. Nessuno mi imponeva chissà cosa, ma anche quel poco mi pesava molto perché non mi rappresentava.

Credo infatti che il modo in cui ci presentiamo abbia un impatto sul nostro benessere e sulla nostra sicurezza: se non ci sentiamo a nostro agio con la nostra immagine, inevitabilmente questo si riflette anche sulla performance e sul modo in cui occupiamo lo spazio.

Che ruolo ha oggi l’abbigliamento nelle tue giornate lavorative: lo vivi più come funzionale, identitario o comunicativo?

Oggi l’abbigliamento non ha più alcuna componente di ansia e questo, per me, è già un grande cambiamento. Credo che il modo in cui ci vestiamo racconti chi siamo e che non servano particolari codici estetici per essere professionali: spesso basta sentirsi a proprio agio ed essere adeguati al contesto.

Mi sono sempre vestita in modo molto semplice, con colori neutri come nero e grigio, ancora oggi il mio guardaroba è composto principalmente da jeans neri, magliette grigie, felpe e sneakers. Con la nascita di Un Lavoro per Mamma ho però dovuto confrontarmi anche con il mio personal brand. Il rosa è diventato un elemento importante della mia comunicazione e questo mi ha portata ad aprirmi gradualmente a colori che prima non avrei mai considerato. Ho iniziato ad aggiungere qualche giacca colorata e, grazie anche all’armocromia, ho scoperto che potevo sperimentare senza rinunciare al mio stile.

Oggi continuo a vestirmi in modo coerente con la mia personalità, ma con una maggiore apertura e consapevolezza rispetto al passato.

Essere mamma e imprenditrice ha cambiato il tuo rapporto con il tempo davanti all’armadio?

No, sarei poco onesta (anche se furba) se dicessi il contrario.

Sono sempre stata così e la maternità non ha fatto altro che amplificare una caratteristica che avevo già. Certo, nei primi anni, quando il tempo era poco, ma ho visto anche amiche con figli piccoli, che trovavano comunque spazio per fare shopping, curarsi o dedicarsi alla propria immagine. Io, invece, quei momenti li utilizzavo per altro: formazione, lavoro o attività legate alla crescita del mio progetto.

Per questo non credo che la maternità abbia cambiato il mio rapporto con l’armadio: ha semplicemente accentuato un atteggiamento che avevo già da sempre.

Ti è mai capitato di adattare il tuo stile in base a un cliente o a un contesto lavorativo?

Sì, soprattutto in passato, ma non è mai stata una cosa che ho fatto volentieri.

C’è stato un momento in cui hai sentito che il tuo stile “non ti rappresentava più”? Ad oggi, cosa ti fa sentire davvero “a tuo agio” nei tuoi panni, dentro e fuori dal lavoro?

In realtà no, il mio stile mi ha sempre rappresentata e l’ho sempre sentito molto mio.

È stata un’esperienza utile perché mi ha fatto capire ancora meglio quanto il mio stile sia legato alla mia identità. Oggi mi sento a mio agio quando mi vesto in modo coerente con chi sono, pur lasciando spazio a qualche sperimentazione.

C’è un capo o una tipologia di outfit che per te rappresenta il tuo “modo professionale” oggi?

Sì, ho una sorta di divisa.

Di solito indosso Superga, jeans o pantaloni a sigaretta, una t-shirt e una giacca colorata. È il compromesso perfetto tra il mio stile personale e ciò che mi fa sentire adeguata in un contesto professionale.

Quanto lo stile entra nella costruzione della tua autorevolezza, soprattutto nel lavoro con altre donne e mamme?

Per anni questo è stato un tema che mi ha messa in crisi: mi chiedevo spesso se, senza tacchi, giacca o determinati codici estetici, sarei stata percepita come meno autorevole.

Con il tempo ho cambiato idea.

L’abbigliamento è una parte della comunicazione, ma non può essere l’unico criterio con cui valutiamo una persona. Oltre al biglietto da visita deve esserci anche sostanza, competenza e valore.

Nel tuo lavoro accompagni altre donne a ripensare il proprio futuro: quanto credi che l’immagine personale influenzi anche la percezione delle proprie possibilità?

Per concludere ti chiederei di parlare direttamente alle donne, imprenditrici e non, che desiderano esprimere la propria personalità attraverso lo stile senza compromettere la loro credibilità professionale. Cosa consiglieresti loro?

Consiglierei di dare allo stile il giusto valore.

Mi viene in mente una cosa che dicevo sempre a chi mi suggeriva di vestirmi in un certo modo per piacere di più agli altri: se mi presento come una persona che non sono, sto in qualche modo ingannando chi ho davanti. Prima o poi emergerà comunque la mia vera personalità.

L’intervista a Taryn ci ricorda che lo stile non dovrebbe mai trasformarsi in una gabbia e che la credibilità professionale nasce dall’incontro tra competenze, valori e autenticità. L’abbigliamento può aiutarci a raccontarci, ma non dovrebbe mai costringerci a diventare qualcun altro per sentirci all’altezza.

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Mi chiamo Fabiola, millenial classe 1993 e da sempre amo la moda, l’arte, gli stivali neri, le serie TV e il caffè americano.

Nel 2019 ho mi sono laureata in Mediazione Linguistica e Culturale, però mi sentivo molto insoddisfatta. Dopo un corso in Social Media Management e molti lavori in settori diversi, ho deciso di mettere a frutto la mia passione per la moda e le competenze acquisite in uffici e negozi, offrendo consulenze fashion.

Il mio obiettivo è aiutarti a trovare il tuo stile personale: prendiamoci un caffé e creiamo insieme il percorso perfetto!.

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