Quando Prime Video ha annunciato ELLE, il prequel dedicato agli anni del liceo di Elle Woods, una cosa è stata subito chiara: sarebbe tornato il rosa.
Tailleur, cardigan, accessori, camerette e outfit total pink hanno immediatamente invaso i social, accompagnati da due reazioni opposte. Da una parte l’entusiasmo di chi considera Elle Woods un’icona intramontabile. Dall’altra il solito commento: “Sì, ma tutto quel rosa…”. Ed è proprio questo il punto: sono passati più di vent’anni dall’uscita de La rivincita delle bionde e continuiamo ancora a discutere di un colore.
Forse, allora, il problema non è il rosa…
Il problema non è il rosa, ma quello che rappresenta
Nessun colore possiede un significato universale: il rosso non nasce passionale, il nero non nasce elegante, iIl bianco non nasce puro… Siamo noi, come società, ad attribuire ai colori un valore simbolico.
Il rosa, nel tempo, è diventato il contenitore di moltissimi significati: dolcezza, romanticismo, fragilità, ingenuità, infanzia, femminilità. Il problema nasce quando questi significati iniziano a trasformarsi in giudizi.
Così un tailleur rosa non è più soltanto un tailleur, ma diventa automaticamente “meno professionale”. Una camicia rosa non è semplicemente una camicia, è “troppo zuccherosa”. Un uomo che indossa il rosa viene ancora guardato con più curiosità rispetto a uno che sceglie il blu o il grigio.

Non perché il rosa dica davvero qualcosa di chi lo indossa, ma perché abbiamo imparato a interpretarlo in un certo modo.
Eppure non è sempre stato così: fino ai primi decenni del Novecento, infatti, il rosa non era considerato un colore femminile, anzi.
Il rosa non è sempre stato “da femmine”
In molti cataloghi dedicati all’infanzia veniva consigliato proprio per i bambini, perché era visto come una variante del rosso, colore associato alla forza, al coraggio e all’energia. Per le bambine, invece, veniva spesso suggerito l’azzurro, colore tradizionalmente legato alla Vergine Maria e quindi alla delicatezza.
Solo nel corso del Novecento, grazie soprattutto alla produzione industriale, al marketing e alla necessità di differenziare sempre di più i prodotti destinati ai due sessi, il binomio rosa = femmina e blu = maschio si consolida fino a sembrare naturale.

Ma naturale non lo è mai stato, é una convenzione culturale e come tutte le convenzioni, può cambiare.
Quando il rosa diventa sinonimo di superficialità
Il vero problema, però, non nasce quando il rosa diventa femminile, nasce quando tutto ciò che viene percepito come femminile inizia a essere considerato meno autorevole.
Per decenni il rosa è stato associato alle principesse Disney, alle Barbie, ai fiocchi, ai glitter, ai profumi dolci e a un’idea di femminilità costruita attorno alla grazia e alla delicatezza. Il risultato? Ancora oggi tendiamo ad associare inconsciamente il rosa a qualcosa di poco serio.

È curioso, perché nessuno pensa che una persona diventi automaticamente elegante indossando un completo nero, eppure capita ancora di credere che un outfit rosa renda meno credibili.
Il colore diventa così una scorciatoia per formulare un giudizio, non sull’outfit ma sulla persona ch elo indossa.

Elle Woods aveva ragione. Anche se l’abbiamo capito tardi.
Per anni La rivincita delle bionde è stata liquidata come una commedia leggera, solo col tempo ci siamo accorti che raccontava qualcosa di molto più interessante.
Molti ricordano la trasformazione di Elle Woods come la storia di una ragazza frivola che diventa finalmente una professionista seria, ma è una lettura sbagliata: Elle non cambia mai: é intelligente, preparata, determinata fin dall’inizio, anche se ama la moda, il rosa e i tacchi.
Il cambiamento riguarda gli altri.

Sono i professori, i colleghi e le persone che la circondano a rendersi conto di averla giudicata esclusivamente sulla base del suo aspetto ed è proprio qui che il film ribalta uno degli stereotipi più radicati: Elle non conquista credibilità rinunciando al proprio stile, non arriva ad Harvard vestita di nero, non smette di essere femminile e non mette da parte il rosa per sembrare più competente.
Dimostra, semplicemente, che la competenza non ha un colore e forse è anche per questo che l’arrivo di ELLE ha generato così tanta attesa: perché oggi, più che nel 2001, siamo pronti a cogliere il vero messaggio del personaggio.
Il rosa oggi: da stereotipo a personal brand
Negli ultimi anni il rosa ha iniziato a vivere una seconda vita: non è più soltanto il colore delle bambine, ma è diventato il colore scelto da brand, imprenditrici, creator e aziende che vogliono costruire un’identità riconoscibile.
Pensiamo a Glossier, VeraLab o a tanti personal brand che hanno fatto del rosa un elemento distintivo della propria comunicazione: ovviamente l’obiettivo non è apparire ingenui, ma attribuire a quel colore un significato diverso, più contemporaneo, più consapevole, più personale.

Il rosa, oggi, può comunicare energia, creatività, ironia, sicurezza, eleganza o minimalismo.
Dipende dalla sfumatura, dagli abbinamenti ma soprattutto dalla persona che lo indossa… Perché nessun colore comunica qualcosa da solo.

Forse non abbiamo davvero paura del rosa
Forse il rosa non ci spaventa, non davvero: ci spaventa quello che pensiamo possa raccontare di noi, temiamo di essere giudicate poco autorevoli, troppo romantiche, troppo ingenue… Troppo “femminili”.
Ma questi giudizi non parlano del colore, parlano degli stereotipi che continuiamo a portarci dietro, ma è qui che entra in gioco lo stile personale.
Vestirsi secondo il proprio stile non significa scegliere sempre il rosa, né evitarlo. Significa decidere se quel colore ci rappresenta davvero, senza lasciare che siano gli stereotipi a farlo al posto nostro.

Forse è proprio questa la lezione che Elle Woods continua a ricordarci dopo più di vent’anni: non che dovremmo vestirci tutte di rosa, ma che non dovremmo mai sentirci costrette a cambiare il nostro modo di vestirci per essere prese sul serio.

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