Ci sono progetti che nascono da un’idea, e altri che nascono da un’urgenza. Capezzolo Collection appartiene alla seconda categoria: un brand che prende forma da un’esperienza personale e si trasforma in qualcosa di più ampio, capace di aprire conversazioni su corpo, identità e libertà.
In questa intervista, Tania e Francesco raccontano come una creazione apparentemente semplice possa diventare un atto politico, e come la moda, ancora una volta, si riveli uno strumento potente per mettere in discussione stereotipi, tabù e disuguaglianze.
Ciao Tania e ciao Francesco, innanzitutto grazie per aver accettato di partecipare al mio progetto. Comincerei l’intervista parlando di voi: vi va di raccontarvi e di condividere il percorso che vi ha portato a fondare Capezzolo?
Ciao Fabiola, grazie a te!

Francesco fa parte di Capezzolo praticamente da sempre, perché è anche grazie a lui e al suo supporto che ci abbiamo creduto fino in fondo, ed oggi si occupa del customer care, della parte amministrativa e di quella logistica.
Capezzolo nasce come progetto creativo, ma oggi è anche un progetto politico. Quando avete capito che non si trattava più “solo” di comunicazione, ma di presa di posizione?

C’è stato un messaggio iniziale che avete sentito urgente, quasi inevitabile?
Certo, la discriminazione di genere. Il brand l’abbiamo chiamato Capezzolo, quindi non potevamo non iniziare a parlare della censura del capezzolo femminile come lotta di liberazione dei nostri corpi.
Qualcuno vi ha mai detto che il vostro progetto fosse troppo (esplicito, irriverente, provocatorio,…)? Se si, cosa vi ha motivato ad andare avanti con il vostro progetto?

È possibile fare impresa restando radicali nei contenuti, senza addolcire il messaggio per renderlo più vendibile?
Sì, è possibile, e noi ne siamo la prova. È probabilmente il nostro punto di forza, non scendiamo a compromessi solo per piacere a tuttə. Crediamo nella nostra comunicazione che è in linea con la nostra etica e moralità, se dovesse venire meno questo non saremmo più noi. È chiaramente più complicato, ma non potremmo immaginarci Capezzolo diversamente da quello che è e rappresenta ad oggi.
Qual è il momento in cui vi accorgete che il patriarcato non è teoria, ma quotidianità?
Sempre, purtroppo il patriarcato non è mai stato solo teoria, ma ci auguriamo che lo sarà molto presto. Lo riscontriamo in tantissime situazioni quotidiane, banalmente basta farsi un giro in un negozio di giocattoli per vedere quanto le bambine vengono indottrinate al lavoro di cura già dai primi anni di vita, oppure uscire di sera da sole ed essere molestate alla fermata dell’autobus.
Qual è l’equivoco più grande sul femminismo che incontrate nel vostro lavoro?
Pensare che il femminismo equivalga alla misandria. È forse la cosa che allontana di più le persone dal movimento femminista, che in realtà lotta semplicemente per la parità di genere.
Qual è stato il messaggio in DM che vi ha fatto capire che avevate davvero toccato qualcosa?
Riceviamo spesso messaggi da persone che ci ringraziano perché le nostre felpe, t-shirts, le accolgono, le curano e non le fanno sentire sole. Soprattutto in situazioni in cui il patriarcato ti butta giù.
Che tipo di confronto cercate con chi non è d’accordo?
Costruttivo, ma non è sempre possibile purtroppo.
La mia rubrica si chiama “Imprenditrici con Stile”, perché vorrei che si scardinasse l’idea che la Donna Imprenditrice debba essere solo quella in tailleur scuro, tacchi alti e valigetta. Io sono, però, convinta che la professionalità vada oltre ciò che decidiamo di indossare al mattino e che i nostri outfit siano un ottimo veicolo comunicativo della nostra personalità. Per questo, vorrei parlare anche del vostro stile personale e del vostro rapporto con la moda.
Come descrivereste il vostro stile in 3 parole?
Comfy, irriverente e casual. Ci piace sentirci a nostro agio con gli abiti che indossiamo, ma allo stesso tempo non ci piace essere banali.
Quanto è importante sentirsi a proprio agio nel proprio corpo per poter parlare con autorevolezza?
È fondamentale la confidenza che abbiamo di noi stessə, quindi tanto. È qualcosa su cui bisognerebbe sempre lavorarci.
Il modo in cui ci vestiamo può essere un atto politico?

Esiste davvero un modo “femminista” di vestirsi o è un’altra etichetta imposta alle donne?
Non esiste un modo “femminista” di vestirci, ogni cosa che ci categorizza diventa stereotipo, e lo stereotipo limita la libertà. La consapevolezza è l’unico vestito che il femminismo può indossare.
E infine: se una giovane donna vi scrivesse dicendo “ho paura di espormi”, cosa le rispondereste?

L’intervista a Capezzolo Collection ci ricorda che non esiste una separazione netta tra ciò che indossiamo e ciò che vogliamo comunicare. Ogni scelta, anche la più quotidiana, può diventare un modo per affermare la propria identità e prendere posizione.
Ed è forse proprio questo il punto più interessante: non esiste un modo “giusto” di esporsi, ma esiste la possibilità di farlo in modo autentico, senza addolcire il messaggio per renderlo più accettabile.
Perché, alla fine, lo stile non è mai solo estetica. È linguaggio, è presenza, è scelta. E, a volte, è anche rivoluzione.

